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Faccio di una mosca un elefante. Non è arte questa?
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Questo blog non è egocentrico,
non è autoreferenziale, non si piange
addosso, non è perduto nella
contemplazione del proprio
ombelico (o peggio).
Questo blog ambisce a fare,
nei limiti delle proprie possibilità,
quello che una volta si chiamava
critica della cultura, e che poi
è diventato riserva di caccia
di sedicenti esperti e autentici fumisti.
Questo blog è aperto al
contributo di chiunque:
portateci un moscerino,
ne ricaveremo un elefante.


 

Diario | inviata in un Altro Mondo |
 
Diario
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19 settembre 2006

AVVISO

IL BLOG TRASLOCA!

 

Da oggi siamo su

 

http://karlkraus.urbiloquio.com

 

Siete pregati di aggiornare i vostri link.

 

Ci vediamo di là!




 




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15 settembre 2006

I paradossi dell'identità- (1)

"Il nostro cittadino americano si sveglia in un letto costruito secondo un modello originario del Medio Oriente, ma che fu modificato nell’Europa settentrionale prima di essere trasferito in America. Egli scosta da sé la coperta di cotone, che era usata in India, o di lino, adoperata in Medio Oriente, oppure di lana di pecora, che è pure allevata e usata nel Medio Oriente, o perfino di seta, il cui uso è stato scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti con un procedimento inventato nel Medio Oriente. Ora infila i suoi mocassini che sono stati inventati dagli Indiani nelle foreste dell’America orientale, va nel bagno, la cui costruzione è una miscela di invenzioni europee e americane di data recente. Egli veste il pigiama, vestimento inventato in India, si lava con il sapone, che è stato scoperto dagli antichi Galli. Dopo di ciò si rade, il che è un rito che, a quanto pare, trae le sue origini dagli antichi Sumeri ed Egiziani. Tornato in camera da letto prende il suo vestito da una sedia di tipo sudeuropeo e comincia a vestirsi. Mette i pantaloni la cui forma deriva da un abito di pelle dei nomadi delle steppe dell’Asia, infila le scarpe di cuoio, indumento scoperto dagli antichi egiziani, e mette intorno al collo una striscia di stoffa variopinta che è il resto di uno scialle che portavano attraverso le spalle i Croati nel XVII secolo. Prima di fare colazione, getta uno sguardo dalla finestra, il vetro della quale è stato scoperto dagli antichi Egiziani, e se piove metterà le soprascarpe di gomma, scoperte dagli Indiani dell’America centrale, prenderà l’ombrello inventato nell’Asia sudorientale. In testa metterà il cappello di feltro, pure di materiale inventato nelle steppe asiatiche. [...]

Quando il nostro amico ha finito di mangiare, vorrà fumare, abitudine questa degli Indiani d’America, e fumerà una pianta inventata in Brasile, mettendola nella pipa, dovuta agli Indiani della Virginia, o arrotoloandola in forma di sigaretta, che deriva dal Messico. Se fumando legge le novità del giornale, stampate con lettere inventate in Germania, e se queste novità parlano di inquietudini nel mondo, da buon cittadino conservatore, egli renderà grazie ad una divinità ebraica in una lingua indoeuropea di essere americano al 100%."

(Ralph Linton, The Study of Man, New York, 1936, riportato in R. Suprek, Sociologia, EditRijeka, 1967, tratto da Manacorda Pucci, Percorsi di storia antica e medievale, Zanichelli)




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14 settembre 2006

Tre poesie (o una sola?)

 Sur la mort de Marie

Come quando di maggio sopra il ramo la rosa 
nella sua bella età, nel suo primo splendore 
ingelosisce il cielo del suo vivo colore 
se l’alba nei suoi pianti con l’oriente la sposa, 

nei suoi petali grazia ed Amor si riposa 
cospargendo i giardini e gli alberi d’odore; 
ma affranta dalla pioggia o da eccessivo ardore 
languendo si ripiega, foglia a foglia corrosa. 

Così nella tua prima giovanile freschezza, 
terra e cielo esultando di quella tua bellezza, 
la Parca ti recise, cenere ti depose. 

Fa’ che queste mie lacrime, questo pianto ti onori, 
questo vaso di latte, questa cesta di fiori; 
e il tuo corpo non sia, vivo o morto, che rose. 



(M. Luzi, “Copia da Ronsard – per la morte di Maria”) 

Comme on voit sur la branche au mois de mai la rose,
En sa belle jeunesse, en sa première fleur,
Rendre le ciel jaloux de sa vive couleur,
Quand l'Aube de ses pleurs au point du jour l'arrose ;

La grâce dans sa feuille, et l'amour se repose,
Embaumant les jardins et les arbres d'odeur ;
Mais battue ou de pluie, ou d'excessive ardeur,
Languissante elle meurt, feuille à feuille déclose.

Ainsi en ta première et jeune nouveauté,
Quand la Terre et le Ciel honoraient ta beauté,
La Parque t'a tuée, et cendre tu reposes.

Pour obsèques reçois mes larmes et mes pleurs,
Ce vase plein de lait, ce panier plein de fleurs,
Afin que vif et mort ton corps ne soit que roses.


(Pierre de Ronsard)

Come a maggio si vede sul suo ramo la rosa,
nella sua bella età e nel suo primo fiore,
render geloso il cielo del suo vivo colore
se nel pianto dell’Alba s’immerge voluttuosa;

e la grazia e l’amore culla nella sua foglia
e i giardini avvolge e gli alberi di odore,
ma sotto un acquazzone o un improvviso ardore
languida va morendo, lentamente si sfoglia;


così nella tua fresca e giovane primizia,
onorando la terra e il cielo i tuoi splendori,
la Parca volle ucciderti, e in cenere ti pose.


Ricevi per esequie la mia acerba mestizia,
quest’anfora di latte, questo cesto di fiori;
e il tuo corpo non sia, vivo o morto, che rose.

 (M. L. Spaziani)




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11 settembre 2006

Irrungen, Wirrungen

Contravvengo per una volta ai miei princìpi (mai commentare l’attualità politica) per dirvi francamente che la decisione della CDL (tranne Casini) di non votare a favore della missione in Libano è demenziale. Va bene, lo so che la coerenza in politica non è necessariamente una virtù, ma alle giravolte e alle furbate c’è pur sempre un limite, e stavolta mi chiedo davvero come faranno i nostri eroi a negare i voti per il Libano dopo averli concessi per l’Afghanistan. Più in generale, non esiste un solo argomento per cui le missioni in Iraq ed Afghanistan andavano bene e questa in Libano no. E’ una posizione impresentabile e controproducente, insomma un errore, che in politica, come diceva quello, è peggio di un crimine.   




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7 settembre 2006

Il Brutto Addormentato nell'Amaca

Dopo essermi asciugato le lagrime per la figuraccia dei nostri eroi ieri sera a Parigi (e aggiungo che, vista la partita, a Cannavaro & C. un gol o due glieli faceva anche la squadra della mia parrocchia), ho cercato di consolarmi leggendo qualcosa di divertente sulla Rep, che da questo punto di vista non delude mai.

Così mi sono letto le ultime due Amache del buon Michele Serra, che già durante l’estate si era segnalato per vari pezzi degni di nota. Per esempio, uno che proponeva, come soluzione dei problemi del M.O., l’abolizione della memoria storica dei due contendenti, israeliani e palestinesi. Brillante, eh? Anche oggi Serra è ritornato sull’argomento dell’ebraismo, di cui vistosamente non sa nulla ma che evidentemente lo affascina (forse proprio per questo, chissà). Ma non mi sono divertito e non ne parlo.

Invece l’Amaca di ieri era davvero fenomenale. Parte così: “Destra contro sinistra significa popolo contro élites. Significa gente semplice contro gli intellettuali. E’ questo il luogo comune politico più diffuso  e ripetuto degli ultimi anni, non solo in Italia”. E questo luogo comune ha l’aggravante, dice Serra,  che a ripeterlo è Baget Bozzo, che sarebbe “un politologo affermato” (?) e quindi “non faticherebbe più di tanto a verificare l’effettiva distribuzione del voto”. Uno si aspetterebbe, quindi, che Serra procedesse ad una analisi serrata (vabbe’, passatemi il giochino di parole) della effettiva distribuzione del voto.

Ed ecco invece che ci partorisce colui: “Nelle due città che conosco meglio, Milano e Bologna, il voto di sinistra aumenta mano a mano che ci si allontana dal centro storico e dai quartieri più abbienti”. Insomma, i ricchi votano a destra (a Milano e Bologna, beninteso; ed è meglio non pensare quali tipi di dati statistici abbia usato Serra per arrivare a sta bella conclusione), i poveri a sinistra: “C’è chi è in ansia per l’argenteria, e chi per il salario basso”. Ci sarebbe però il piccolo problema che Baget Bozzo (a quel che ci dice lo stesso Serra) parlava di intellettuali, non di ricchi; ma checcefrega? Anche l’articolino di oggi l’avemo scritto.

Che ne dite? Un tempo, uno che faceva dei bei giochi di prestigio (per es., trasformando un cappello in un coniglio) si esibiva nei cabaret. Oggi, uno così, che trasforma con un elegante gesto del polso un ricco in un intellettuale, lo pagano per scrivere su Rep.




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6 settembre 2006

Radici, tradizioni, ecc.

Racconta Nelson Mandela, nella sua magnifica autobiografia (Lungo cammino verso la libertà) che in gioventù, all’università, aveva recitato in un dramma su Lincoln, in cui la parte del protagonista veniva interpretata dal suo amico Mkentane, mentre Mandela recitava la parte dell’assassino, Booth: “Il ritratto di Lincoln dato da Mkentane era maestoso e formale, e la sua recita di uno dei più grandi discorsi che siano mai stati fatti, l’Appello di Gettysburg, riscosse una calorosa ovazione” (p. 53).

Molti anni dopo, nel 1994, non appena resi noti i risultati delle elezioni che avevano dato all’ANC una maggioranza schiacciante, Mandela scrive: “Dal momento in cui furono annunciati i risultati (...) la mia missione fu quella di predicare la riconciliazione, di medicare le ferite del paese, di stimolare la fiducia e la confidenza reciproca. Sapevo che le minoranze, soprattutto quelle bianche, meticce e indiane, erano preoccupate per il futuro, e volevo rassicurarle. Non mi stancai di ricordare alla gente che la lotta di liberazione non era stata una battaglia contro un gruppo o una razza ma contro un sistema di oppressione, e colsi ogni occasione per ripetere che ora i sudafricani dovevano prendersi per mano e dire tutti insieme: siamo un solo paese, una sola nazione, un solo popolo che marcia verso il futuro” (p. 574). Vi ricordano  qualcosa le parole sottolineate?

Forse vi ricordano il secondo discorso inaugurale di Lincoln, di cui parlammo tempo fa (“With malice toward none, with charity for all, with firmness in the right as God gives us to see the right, let us strive on to finish the work we are in, to bind up the nation's wounds, to care for him who shall have borne the battle and for his widow and his orphan, to do all which may achieve and cherish a just and lasting peace among ourselves and with all nations”)?




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4 settembre 2006

Touraine e il "neoliberismo"

La tristezza dei giornali d’estate è qualcosa di assolutamente sconvolgente. Sembra che i giornalisti facciano a gara nel parlare di cose che non capiscono utilizzando parole che non conoscono: dal calcio all’economia.

Tralascio alcuni casi eclatanti (come le filippiche di Galimberti sulla Tecnica e l’Economia, o la scandalosa intemerata di Scalfari sulle vestali dell’economia dura e pura, o l’accurata disamina dei 'professionisti' di Rep delle parole di Napolitano – che un buontempone ha perfino osato definire “coraggiose” - circa il fatto che la posizione del PCI durante i fatti d’Ungheria del ’56 fu un errore – e mecojoni!) per concentrarmi su un subdolo caso di disonestà intellettuale, perpetrato da Alain Touraine, apparso su La Repubblica del 31 agosto.

"Ciò che definisce il capitalismo è l'eliminazione dei controlli sociali, politici o di altro genere che limitano gli attori economici.  Quando sono liberi, vale a dire non controllati, questi attori esercitano un autentico potere sulle altre istituzioni, che devono sempre, per parte loro, tenere conto degli interessi dei dirigenti dell'economia. Il riferimento a questo potere fa parte del concetto stesso di capitalismo".

Così esordisce l'articolo. La tesi di fondo è che una fase di "onnipotenza" dei "dirigenti dell'economia" è "una componente necessaria della mdoernizzazione", tanto che "non ci sono mai stati grandi sviluppi senza una fase di capitalismo che possiamo addirittura definire ‘selvaggio’". Solo che poi, ottenuta la crescita, occorre passare ad una nuova fase, quella della "redistribuzione".

E ora saremmo proprio in una situazione del genere. Dagli anni 70 da noi avrebbe prevalso il "neoliberismo", è giunta l'ora di ritornare all'"economia amministrata". Basta con le ricette della Thatcher! "E' probabilmente una tendenza generale nel mondo attuale, questa di limitare il sistema neoliberista e di incaricare il potere politico di difendere meglio la popolazione non privilegiata", conclude Touraine.

E' caratteristico del disonesto e del cialtrone scegliersi un bersaglio polemico di fantasia e di comodo. Touraine non fa eccezione.  Saggiamente non si preoccupa nemmeno di definire "neoliberismo", dato che per lui evidentemente quello "attuale" non sarebbe altro che una riedizione del "liberismo" classico (cioè quello che lui chiama nientepopodimeno che "capitalismo"). Ma il fatto è che un liberismo così come quello da lui allegramente descritto (si fa per dire) in tre parole non solo non è mai esistito, che sarebbe ancora il meno, ma è altresì una assurdità che nessun economista serio, da Smith a Hayek (ma possiamo aggiungere chi ci pare, Marx Keynes Sraffa o chiunque) ha mai detto né pensato. Il "mercato", e il "capitalismo", non solo non funzionano, ma non esistono neppure se non c'è una cornice istituzionale (potere costituito, leggi, tribunali, forze dell'ordine, istruzione, sanità ecc.) che lo consente. Il che implica necessariamente dei limiti all'attività degli operatori economici.

Il vizio di personificare e semplificare si fonda poi su errori grossolani di interpretazione, il principale dei quali è ritenere, chissà perché, che gli “operatori economici” abbiano sempre e necessariamente interessi convergenti, quando il contrario è evidente a chiunque abbia gli occhi. Ad esempio, Touraine parla dell’Inghilterra del primo Ottocento o degli Stati Uniti della metà dell’Ottocento, eppure dimentica che in quei periodi le classi imprenditoriali erano ferocemente divise fra liberoscambisti e sostenitori dei dazi doganali, e che la vittoria di una delle due fazioni fu dovuta non all’economia, ma alla politica. Così come oggi il fallimento del Round di Doha non è dovuto agli “operatori economici”, ma ai politici che si sono fatti sostenitori degli interessi di alcuni, ma non di altri, e  certo non di tutti.

Il fatto che poi le altre istituzioni debbano, di volta in volta, "tenere conto" dei desiderata degli operatori economici, è senz'altro vero, ma è una normale conseguenza della natura della mediazione politica, che implica che gli interessi di moltissimi altri attori (dai sindacati alle chiese) vengano "tenuti in conto".

E infine, giova notare la faciloneria con cui (i) si dà per scontato che in Europa e USA non vi sia bisogno di tornare a crescere (e questo, proprio quando un economista come Krugman si chiede se non siamo per caso già tornati in una economia della depressione) e (ii) si dà sempre per scontato che di quel che accade al di fuori del magic circle di EU+USA non gliene freghi niente a nessuno.




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1 settembre 2006

Con forza di legge

Vi devo dunque, al ritorno dalle vacanze, la soluzione  del concorso. Ho letto molte risposte ingegnose (complimenti a  Diego e  Francescob), ma quella corretta è l’articolo 745 del Code Napoléon, che così recitava all’epoca(1):

 

I figli o i loro discendenti succedono al padre e alla madre, o agli altri loro ascendenti, senza distinzione di sesso né di primogenitura, e anche qualora siano nati da diversi matrimoni.

Essi succedono per  quote uguali e per teste, quando sono tutti di primo grado e chiamati per capo: succedono per stirpe, quando vengono, in tutto o in parte, per rappresentazione.

 

L’introduzione di questo principio – l’uguaglianza di tutti i figli nella successione ereditaria, indipendentemente da primogenitura e sesso – è stata il colpo di grazia all’Antico Regime. Addio vasti possessi terrieri secolari e atavici, tramandati di primogenito in primogenito, di maggiorasco in maggiorasco, col loro corollario di figli cadetti che si davano alla carriera ecclesiastica o a quella militare, e di figlie maritate il prima e meglio possibile – i.e. al marito più abbiente, o meno esigente in fatto di dote – oppure spedite già piccole in convento. Il mondo che vediamo oggi è, in non piccola parte, il frutto di questa piccola norma di legge. Non si direbbe davvero, a leggerla, eh?

 

(1) Successivamente, la norma è stata varie volte modificata, e nel Code Civil attuale ha anche cambiato numero.




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1 agosto 2006

Tacito, l'amicizia, le vacanze

Cari happy few, benché non sia forse ancora tempo di bilanci, è però certamente tempo di andarsene in ferie.

Il nostro blog riapre a fine agosto, e allora torneremo ancor più belli  che pria. Aspettate e vedrete.

Nel frattempo, vi lascio con due riflessioni e un concorso.

1) Durante il recentissimo vertice di Roma, il premier libanese Siniora, parlando della guerra nel suo paese, ha detto: “Hanno fatto un deserto, e lo chiamano pace”. Siniora cita Tacito, e precisamente quel passo del De vita et moribus Iulii Agricolae (c. 30) in cui Calgacus, capo di una tribù britanna, esorta i suoi uomini a lottare contro i Romani: <<ubi solitudinem faciunt, pacem appellant>>.

Un arabo che cita Tacito? Che strano. Ma non è mica finita! Il brano citato, una toccante denuncia dell’imperialismo romano, l’ha scritto appunto Tacito, cioè un romano; e l’ha scritto nell’ambito di una biografia dedicata al capo delle truppe romane che sconfissero i Britanni di Calgacus, cioè appunto Agricola: il suocero di Tacito, un uomo cui lo storico era legato non solo da grande affetto, ma anche da considerevoli legami d’interesse. Singolare, nevvero? Ma non certo un caso unico. Per es., Erodoto, nel celebre proemio, afferma di aver scritto le sue Storie “affinché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate, né le gesta grandi e meravigliose così dei Greci come dei Barbari rimangano senza gloria”. E non dimentichiamo Tucidide, che nella sua storia della guerra del Peloponneso  (V, 84-116) narra senza infingimenti la brutale guerra di aggressione e di sterminio che gli Ateniesi mossero ai Melii. E naturalmente, come Erodoto era Greco (di Alicarnasso), così Tucidide era Ateniese...

Che sia questo, il vero multiculturalismo?

2) L’amicizia è sempre stata un tema attraente per i moralisti di tutti i tempi: basti pensare al Laelius di Cicerone, o in tempi moderni al grande saggio di Montaigne (I, XXVIII) dedicato a La Boétie, o a La Rochefoucauld. Ma qui mi piace citare una pagina di uno scrittore italiano del Novecento, Mario Soldati, che forse nel romanzo non ha dato le sue prove migliori, ma ha scritto alcune novelle memorabili, come La finestra,  La confessione, e soprattutto La giacca verde. Una di queste novelle, Il vero Silvestri, è la storia di un uomo alla ricerca della verità sul carattere di un amico ormai defunto, carattere la cui probità le vicende della novella paiono in grado di scuotere. Non vi racconto come la storia si svolge, né come finisce: mica posso fare tutto io... Soldati è certamente l’erede dei grandi moralisti francesi del Seicento, e ve lo dimostri questo passo (dove i pensieri di Montaigne, e perfino alcune delle sue parole, producono un effetto tutto diverso): “Ma quel sereno e dolce distacco, quell’altezza e quella calma da cui due amici, conversando nella quiete notturna di una città straniera, contemplano il mondo, la storia e l’eternità, e sfiorano il mistero dell’esistenza come un velo che stia per cadere; quel sentirsi ancora vivi, ma allo stesso tempo già quasi morti e tuttavia felici di quest’unica certezza possibile, quest’unico credo dimostrabile, la fiducia reciproca di uno nell’altro, senza nessuna domanda e senza nessuna offerta, senza riconoscenza, senza possesso, senza servitù, senza rinuncia, senza gelosia, senza paura: che cosa è dunque l’amicizia se non la forma più alta dell’amore?”.

3) Tante volte, quando trattiamo argomenti giuridici, ci è stato rimproverato il tecnicismo, l’ostinazione, la noia. Eppure, considerate che il diritto è importantissimo. Una  sola riga del legislatore, e  non solo vanno al macero intere biblioteche, ma cambiano i rapporti sociali, cambia il modo di vivere, cambiano abitudini antichissime, in una parola, cambia tutto il mondo. Lo sapevate, per esempio, che l’Antico Regime non è stato abbattuto dalla Rivoluzione francese, né dalle guerre napoleoniche, né dalla macchina a vapore, ma da una piccola norma di legge, due righette a stampa apparentemente innocue e inermi? Vediamo chi scopre che norma è.

 

Buone vacanze!




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28 luglio 2006

Tradizioni, radici e peculiari istituzioni- (5)

Di fronte ad uno Zolla, con la sua cultura e la sua chiarezza d’idee, indubbiamente Serge Latouche fa la figura di un impostore, di un trickster. Non solo perché è intellettualmente disonesto, ma anche perché è ignorante. E l’analisi di un suo libro tra i più noti (Come sopravvivere allo sviluppo) ce lo dimostra.

Si presenta come economista (e docente all’Università di Parigi), eppure (i) gli sfuggono nozioni economiche basilari come la distinzione tra reddito e patrimonio(1) (p. 20), (ii) è capace di sostenere, a poche pagine di distanza, da un lato che la scarsità – lungi dall’essere una realtà economica – è  qualcosa che “l’immaginario economico inventa di sana pianta” (p. 66), e dall’altro lato che la fine della crescita economica (da lui auspicata) deriva dal necessario esaurimento delle risorse naturali (p. 76), il che ovviamente presuppone il contrario (ed altro non è che l’ennesima riproposizione dell’argomento di Malthus, che peraltro proprio la crescita economica degli ultimi due secoli si è incaricata di smentire); (iii) afferma stentoreo che la crescita e lo sviluppo sono nozioni illusorie perché non li si può misurare solo in termini di PIL trascurando profili rilevanti come l’inquinamento e la qualità della vita, ma dimentica che esistono da lungo tempo sistemi di misurazione della crescita e dello sviluppo che prendono in considerazione anche altri parametri, tra cui appunto l’inquinamento e la “qualità della vita”; (iv) blatera di una economia che non sarebbe né naturale né universale (p. 22), salvo ammettere la naturalità/universalità dello scambio (p. 89), ed invoca la fuoriuscita dall’economia (p. 79-80), ma omettendo accuratamente di spiegarci quali sarebbero le leggi che governerebbero questo mondo nuovo... Insomma, un ciarlatano.

Questo signore è diventato popolarissimo in Italia (il politico verde appena divenuto sottosegretario all’Economia, per dire, è un suo fan), specie a sinistra,  grazie ai suoi slogan sulla decrescita, o fuoriuscita dallo sviluppo. Di fronte ai ben noti problemi dell’economia mondiale e dei suoi squilibri, che da decenni illustri economisti e istituzioni internazionali di tutti i tipi studiano con passione e competenza, il nostro ha una soluzione semplice e (a suo dire) rivoluzionaria: basta rinunciare allo sviluppo. Facile, no? Intanto, lo sviluppo (anzi, lo sviluppismo) è il frutto avvelenato della cultura occidentale, anzi un frutto del “genio occidentale” (p. 18), che ha creato tutti i problemi attuali (“emarginazione, sovrappopolazione, povertà, ecc.”: p. 32). E va da sé che, essendo un regalo dei “bianchi”, lo sviluppo deve essere guardato con sospetto dai paesi del Terzo Mondo (p. 15) – vi ricordate, a questo proposito, come ragionavano diversamente i sudafricani quando si sono trovati a scegliere, alla fine dell’apartheid, il proprio nuovo regime elettorale? ne abbiamo parlato su questo blog, qualche tempo fa-, perché ovviamente degli stranieri bisogna diffidare anche quando portan doni...

Chiaramente, lo sviluppo produce sradicamento, perdita delle tradizioni e delle identità (“lo sviluppo è stato, è e sarà innanzitutto sradicamento”: p. 27), proprio perché esso si fonda su un pregiudizio occidentale (che “il progresso scientifico e tecnologico migliorerebbe necessariamente e inevitabilmente le condizioni di vita dei popoli della terra”: p. 18) e su valori anch’essi occidentali (i valori “di progresso, di universalismo, di controllo della natura, di razionalità quantificante”: p. 27). Lo sviluppo quindi distrugge le culture non-occidentali, è anzi “l’occidentalizzazione del mondo” (p. 28), e non rispetta neppure ciò che è sacro (“ad esempio, in nome dello sviluppo, i musulmani di Kulkinka possono allevare maiali. Niente è proibito se porta lo sviluppo!”: p. 65).

L’obiettivo, allora, è  invertire la rotta; i paesi sottosviluppati devono “riannodare il filo della loro storia spezzato dalla colonizzazione, l’imperialismo e il neoimperialismo (...) per riappropriarsi della loro identità”(p. 83). C’è, è vero, un piccolo problema: che l’”immaginario economico occidentale” si è impadronito delle masse dei paesi sottosviluppati (“l’immaginario economico, e in particolare l’immaginario sviluppista, è più radicato al sud che la nord. Le vittime dello sviluppo tendono a vedere nell’aggravamento del male il solo rimedio alle loro disgrazie. Pensano che l’economia sia l’unico mezzo per sconfiggere la povertà, senza vedere che in realtà è essa stessa a produrla”: p. 84); insomma, questi negri vogliono svilupparsi eccome. Ma checcefrega? Noi lo sappiamo bene, quello che è meglio per loro! Sicché è necessario e urgente fare opera di convincimento e di conversione.

Qui Latouche diventa solenne: “abbiamo bisogno di  concepire e di volere una società in cui i valori economici cessano di essere centrali (o unici), in cui l’economia(2) viene rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e  non come fine ultimo” (p. 95). Bisogna tornare ad una società solidale che ricerchi “un benessere sociale armonioso in cui ciascun membro della società stessa, dal più ricco al più povero, può trovare un posto e la propria realizzazione personale” (p. 64), procedere alla “riscoperta della vera ricchezza nel dispiegamento delle relazioni sociali conviviali, all’interno di un  mondo sano; può avvenire con serenità praticando la frugalità, la sobrietà e anche una certa austerità nel consumo materiale” (p. 78-79). Una simile società “presuppone un’organizzazione sociale completamente differente, nella quale viene messo in discussione il ruolo centrale del lavoro nella vita umana, in cui le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e il consumo di prodotti  usa e getta inutili se non nocivi, in cui la vita contemplativa e l’attività disinteressata hanno il loro spazio” (p. 81-82). Ed ha anch’essa, come dubitarne?, il suo archetipo: “Quest’obbligo per l’uomo di fondersi nel cosmo si ritrova nella maggior parte delle società. In Siberia si va a morire nella foresta per restituire agli animali quello che si è ricevuto. Questo atteggiamento sottende rapporti di reciprocità tra gli uomini e il resto dell’universo. Gli uomini sono pronti a darsi a Gaia come Gaia si dà a loro. Negando la capacità di rigenerazione della natura, riducendo le risorse naturali a materia prime da sfruttare e non considerandole invece come <<fonti di vita>>, la modernità ha eliminato il rapporto tra l’uomo e la natura” (p. 98). Insomma, come vedete, la coincidenza tra questa comunità perfetta e le comunità perfette o beate di reazionari alla Zolla arriva fino all’identità terminologica.

Un reazionario di questo genere, tuttavia,  rispetto ad uno come Zolla, ha soprattutto una qualità in meno: l’onestà intellettuale. Infatti Latouche si considera – come ha dichiarato in un intervento su di un giornale italiano non particolarmente avvertito, che pure qualche dubbio l’aveva avuto -  un uomo “di sinistra”, e la maggior parte della sinistra nostrana si è fatta infinocchiare di buon grado.

Al termine (provvisorio) di questa panoramica, mi auguro che almeno qualcuno sia in grado di sottrarsi a questa illusione ottica.

 

(1) Infatti confronta tra loro il PIL dei Paesi poveri con il patrimonio dei Paesi e delle persone più ricche, come se si trattasse di quantità omogenee tra loro, laddove una è un flusso e l’altra uno stock, ed è piuttosto evidente che si tratta di grandezze che non solo non coincidono necessariamente, ma anzi non coincidono mai (la casa in cui abito, essendo mia, fa parte del mio patrimonio, ma non produce reddito, e d’altronde il suo valore è – e questo ve lo posso garantire con assoluta certezza – parecchio superiore al mio reddito annuo)!

 

(2) A proposito: ma non bisognava uscirne?




permalink | inviato da il 28/7/2006 alle 12:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (167) | Versione per la stampa
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